Musica

«Gli Andreas», tra umorismo e anticonformismo

Viaggio nel punk rock di periferia attraverso le parole del frontman Marcus Skemp. Una musica «tagliente»

«Gli Andreas», tra umorismo e anticonformismo
Spettacoli Val d'Elsa, 06 Febbraio 2021 ore 10:30

«Gli Andreas» provengono da Gracciano, periferia di un paese di provincia. L'apoteosi del concetto positivo di provincialismo emerge nelle canzoni e nel loro modo di essere. L'eccesso e l'ironia sono le parole chiave per entrare e capire il parametro anticonformista del gruppo valdelsano. La musica è oltranzista e tagliente. Il significato dei testi è impudico, tendenzialmente eretico.

«Gli Andreas», tra umorismo e anticonformismo

In equilibrio costante e instabile sopra al vuoto nichilista, la band graccianese dipinge la tela provinciale con lacrime di sangue. Il frontman è «Marcus Skemp», figura iconica di «Gracciano District». Durante l'intervista il cantante si beve una birra, ma ricorda ai suoi fan di non offrirgli una doppio malto durante gli spettacoli.
Marcus, qual’è la formazione del complesso?
«Siamo un trio. Matteo Lotti alla batteria, Andrea Tabacco alla chitarra e io alla voce».
Da cosa deriva il nome «Gli Andreas» ?
«Agli albori eravamo io e altri tre ragazzi di nome Andrea. Andrea Dionori, Andrea Movilli, Andrea Tabacco. Ero l'unico a non chiamarmi nella solita maniera. Proposi però di battezzarci così, perché mi sembrava giusto omaggiare i miei compagni. Inoltre in quel momento lo reputavo un nome di persona assai nazionalpopolare. Il gruppo doveva avere un'accezione in tal senso».
Invece «Skemp» cosa vuol dire?
«Da adolescente portavo quasi sempre i pantaloni scampanati. Il soprannome scaturisce da questa faccenda modaiola di ispirazione hippie».
A quale corrente vi sentite di appartenere?
«Ci definiamo punk, anche se abbiamo iniziato con il rock 'n' roll. Facevamo in inglese cover di canzoni con "riffettoni" granitici e potenti. Ora invece lanciamo dal palcoscenico le nostre opere».
Quanto è importante l'aspetto esteriore nella vostra linea?
«Siamo l'eccesso sia dal punto di vista della produzione sia per quanto concerne l'immagine. Vogliamo "fare brutto" nell'abbigliamento e nel look. Il mio vate stilistico è Marilyn Manson. Nell'armadio ho le pellicce dall'età di sedici anni».
Quale spirito caratterizza i vostri brani?
«I testi sono quasi tutti farina del mio sacco. Sono il risultato di un flusso di incoscienza. Cerco di scavare nei sentimenti più profondi e reconditi della figura umana. Voglio essere irriverente e provocatorio. Metto a nudo alcune tematiche umane, riproponendole in maniera assurda e stravagante».
Quali sono le serate che ricordate con più affetto?
«Siamo legati ovviamente al Sonar, teatro dei nostri primissimi concerti. Oggi giochiamo in casa al 1001 e alla Corte dei Miracoli di Siena. Molto attiva è la collaborazione con Wildelsa. Abbiamo suonato in un paio di loro festival. Per di più hanno pubblicato il nostro singolo "Soldi"».
Quanto pesa la lontananza dal palco a causa del coronavirus?
«Mi manca tantissimo lo sfogo sopra ad un palcoscenico. Sento anche la mancanza delle prove. Fare musica genera adrenalina».
Al termine della pandemia e in totale sicurezza, ci sarà una nuova esplosione di divertimento oppure sarà una ripresa lenta e graduale?
«La nostra Valdelsa è viva. Molti non vedono l'ora di tornare a divertirsi, quando sarà possibile. Le persone, che già frequentavano club e concerti, ripopoleranno certi ambienti. Purtroppo gli adolescenti, i quali non hanno ancora una socialità ben radicata, avranno dei problemi. La passione per la musica nasce in intimità, ma necessita di una dimensione collettiva per fiorire. E' bello ascoltare gli artisti preferiti in cameretta, però le interazioni sociali ad un festival sono più emozionanti».