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Covid-19, tra malattia e letteratura

L’interessante analisi di Aurora Bettini, studentessa del «Gobetti-Volta» di Bagno a Ripoli, sul Covid-19 attraverso la letteratura italiana

Covid-19, tra malattia e letteratura
Chianti fiorentino, 08 Maggio 2020 ore 08:30

Su Chiantisette e Val d’Elsasette in edicola a partire da oggi, venerdì 8 maggio 2020, abbiamo pubblicato l’inizio di una brillante analisi della studentessa del «Gobetti-Volta» di Bagno a Ripoli (Firenze), Aurora Bettini. Qui è possibile leggere l’intero testo. Buona lettura.

Cara professoressa,

mi ha chiesto di parlare della correlazione tra la malattia e la letteratura e in un primo momento non le nego di essermi trovata in grande difficoltà. In questo periodo infinito e snervante che stiamo vivendo, passato quasi interamente in camera mia tra compiti, videolezioni e crolli emotivi, sono continuamente in cerca di nuovi articoli sul covid19, soprattutto di speranza e di nuove guarigioni, è così che leggendo a giro per internet mi sono imbattuta in questo: «Questo è il luogo dove la morte si compiace di essere d’aiuto alla vita».

Così riporta la targa situata davanti all’Ospedale degli Incurabili di Napoli. Scritta da due medici a testimoniare la fragilità della natura umana di fronte a eventi epidemiologici, ci dà spunto di riflessione su quelle che sono le fasi progressive dell’andamento di qualsiasi tipo di malattia. Ora come ora la quotidianità della morte è sempre più presente, sia in senso negativo (per esempio la perdita di familiari) che positivo dato che da un evento così tragico si ha la base di partenza per la ricerca di un vaccino efficace, vaccino che ad oggi per il covid19 sembra non arrivare mai. Proprio a causa della mancanza di quest’ultimo, i contagi continuano a seguire il loro corso, aumentando o diminuendo a seconda delle zone e dei comportamenti, più o meno responsabili, delle persone.

Aurora Bettini, studentessa del «Gobetti-Volta»
Aurora Bettini, studentessa del «Gobetti-Volta»

La storia ci insegna che tutto ha una circolarità, Manzoni nel 31° capitolo dei Promessi Sposi infatti ci dice che i “furbi”, se così li vogliamo chiamare, sono sempre esistiti; nel 1629, scenario della peste a Milano, i comportamenti adottati ricalcano in maniera impressionante quelli di oggi: all’inizio si è cercato di ignorare il problema, soprattutto le istituzioni, etichettando il covid come una semplice influenza, poi lo abbiamo ignorato noi come cittadini, come abbiamo ignorato le “grida del Governo” aggirando divisa e istituzioni, per continuare la nostra vita di sempre (gite fuori porta, visite ai nonni, amici, fidanzati ecc).

Per Manzoni ai “furbi” dell’epoca era destinato solo il lazzaretto, che equivarrebbe alla terapia intensiva di oggi o ai centri destinati ai malati in via di guarigione del covid. Il lazzaretto fin dal 14° secolo serviva per far trascorrere il periodo di 40 giorni di isolamento, destinato agli equipaggi delle navi per proteggerli dal contagio, è da qui che nasce il nome “quarantena”. Usata quindi dal medioevo ad oggi, è il principale strumento di tutela che abbiamo per far sì che un qualsiasi tipo di epidemia si esaurisca provocando meno contagi e decessi possibili. Valutando gli effetti della quarantena che stiamo vivendo oggi, possiamo affermare che questa sta avendo, in parte, i risultati sperati perché la curva dei contagi sta piano piano rallentando ed è per questo che eventuali concessioni e allentamenti potrebbero avere effetti indesiderati.

Quello di cui ci siamo resi conto dal 9 marzo in poi, quando tutta l’Italia è stata dichiarata zona protetta, è che anche la solidarietà fa la sua parte. Aiutandoci l’uno con l’altro e rispettando il prossimo e le norme in vigore, possiamo riuscire ad uscirne, anche grazie ai volontari che continuano ininterrottamente a supportare gli operatori sanitari e gli ospedali nel loro lavoro quotidiano. Grazie anche a volti noti come Chiara Ferragni, Gabriel Batistuta ecc sono stati raccolti fondi da donare agli ospedali per attrezzature e centri di terapie intensive, sensibilizzando anche il singolo cittadino a fare la propria parte. Questa emergenza che stiamo vivendo ha mostrato la fragilità del valore del denaro davanti al contagio: avere più disponibilità economica rispetto ad un altro non ti esenta dalla possibilità di essere contagiato. Ci fa capire anche che il denaro come unico valore, crea un vuoto all’interno della società, proprio come sostiene Castoriadis e quando avviene un evento catastrofico come può essere un’epidemia, peste o covid che sia, gli equilibri vengono sconvolti e crollano le maschere che ognuno di noi porta da sempre, mettendoci quindi a nudo di fronte al problema e a noi stessi, dandoci però cosi anche un punto di partenza per una guarigione fisica e morale.

Le generazioni precedenti rispetto a quelle odierne vivevano la morte in maniera diversa, era normale, vi erano guerre, carestie e pestilenze, ora invece i malati vicini alla morte vengono affidati agli ospedali. Non vogliamo più vedere la morte, la rimuoviamo, ma il covid ce la sta restituendo, destabilizzandoci, proprio come afferma anche Umberto Galimberti. Se nel 2014 avessimo ascoltato Obama avremmo potuto prepararci psicologicamente o anche fisicamente a questa emergenza, avremmo potuto prepararci alle numerose morti o, magari, riuscire addirittura ad evitarle, disponendo infrastrutture a livello globale per identificare subito la malattia, isolarla e rispondendole immediatamente, che sarebbe stato l’investimento più intelligente che il mondo avesse mai potuto fare. La malattia esiste fin da quando esiste l’uomo sulla terra, da quando l’uomo ha poi iniziato a scrivere, alcune menti si sono chieste se la scrittura potesse essere una cura.

Lorella Rotondi, professoressa al «Gobetti-Volta»
Lorella Rotondi, professoressa al «Gobetti-Volta»

Che la scrittura sia terapeutica è stato scientificamente provato, molte opere importanti come la “Coscienza di Zeno” di Italo Svevo ne sono un esempio: Zeno infatti scrisse un’autobiografia per guarire dalla sua infermità ma anche per poter sfuggire alla realtà e non sentire il peso della malattia su di sé. La scrittura terapeutica, se così la vogliamo definire, può essere utile per persone che hanno problemi e infermità a livello psicologico, può inoltre aiutare a mettere in ordine le proprie idee e i propri sentimenti, può aiutare a superare dei lutti oppure a cambiare modo di vedere la vita e i problemi che ci riserva. Ciò non toglie che prima di passare alla fase della scrittura terapeutica, il paziente debba affrontare un percorso da medici specializzati quali psicologi, psichiatri e psicanalisti. L’opinione di molti è che la scrittura non possa aiutare più di tanto, soprattutto da sola, basti pensare alle persone che ad oggi si trovano in terapia intensiva.

Diverse opinioni affermano che la scrittura possa alleviare le sofferenze, scrivere o leggere potrà aiutare a distrarsi, a chiarirsi le idee, a passare del tempo magari, ma non riuscirà di certo a far guarire una persona. Guardando nel concreto, nella scrittura le madri non vengono separate dai figli, nella scrittura vi è la possibilità di elaborare il lutto, di dare un ultimo saluto alla persona che ci sta lasciando… «Quando non si può accompagnare la persona che muore tenendole la mano, sentendone le ultime parole, si determina dentro di noi un senso di colpa spaventoso. Una lacerazione che spesso ci si porta dentro per una vita», così afferma anche Galimberti. Quello che stiamo vivendo adesso è proprio questo, la mancanza di possibilità di essere vicini nella morte, non esserci per dare sostegno a chi si ammala ed è terrorizzato, purtroppo la scrittura non ci risolve questi problemi concreti.

Come riporta anche una frase spesso aggiunta all’iscrizione all’Ospedale degli Incurabili di Napoli «in presenza del malato, tacciano i colloqui, fugga il riso perché la malattia domina su tutto», quando ci troviamo infatti di fronte alla malattia, tutto si ammutolisce, compresa la scrittura perché le parole da sole non leniscono il dolore. Che dirle quindi di tutto questo dolore? Proviamo ad affrontarlo a testa alta, non ci facciamo abbattere dalla paura, stringiamo i denti, stiamo a casa e resistiamo, se può servire utilizziamo la scrittura e la lettura come metodo di distrazione ed evasione, sono certa che, se ci impegniamo, riusciremo ad uscirne più forti e consapevoli di prima e magari torneremo anche tra quei banchi che prima tanto odiavamo, in quei corridoi che prima ci stavano stretti e che invece adesso ci mancano come l’aria.

Spero davvero di rivederla presto dietro a quella cattedra che tanto ci terrorizzava, intanto la ringrazio per avermi fatto riflettere e porre attenzione su qualcosa che va oltre tutti noi e che sicuramente ci cambierà, cambierà me come cambierà lei.

Resti a casa e resista insieme a me.

Con affetto, Aurora Bettini.

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