Il racconto

«Mio nonno Irio deportato per il “Mai coi tedeschi”»

Aveva ventun anni quando fu arrestato e non politico, non ebreo, fu trasferito in un campo di lavori forzati. Arrivato, si era presentato come muratore

«Mio nonno Irio deportato per il “Mai coi tedeschi”»
Cultura Val d'Elsa, 06 Febbraio 2021 ore 15:00

È una storia ancora vibrante, quella che, a distanza di settantotto anni, Tommaso Matteini racconta. Trentatre anni, sviluppatore software, Tommaso abita a Cambiano e ha ricordato con commozione la figura del nonno Irio Mannucci, sangimignanese trasferito a Castelfiorentino ancora giovanissimo ma, come accadeva in quei tempi difficili, ormai uomo fatto. A «farlo» era stata la guerra, la scelta di diventare partigiano, il coraggio di opporre un no alla richiesta di aderire alla Repubblica di Salò. «Mio nonno era un alpino a guardia del confine francese quando l’8 settembre 1943 ha risposto «con i tedeschi mai» – ha raccontato Tommaso – secondo il suo racconto e le parole che ricordo bene, a quel punto i fascisti lo hanno consegnato ai tedeschi e costretto a partire per uno sfortunato viaggio su un carro bestiame». Qui il racconto di Irio coincide con quello che fa Primo Levi in «Se questo è un uomo»: un tragitto interminabile, dove al disagio si aggiunge la vergogna di dover urinare e provvedere ai propri bisogni corporali di fronte a tutti, nella più totale incomprensione della fine che lo attendeva e completamente spaesato rispetto al mondo che lo circondava. «Era molto più giovane di me quando è stato catapultato in una realtà più grande di lui: aveva ventun anni quando fu arrestato e non politico, non ebreo, fu deportato in un campo di lavori forzati. Una volta arrivato si era presentato come muratore. Non era il suo mestiere, di lui ho sempre conosciuto solo la sua passione, la fisarmonica, ma la scaltrezza l’aveva portato a proporsi con l’abilità che, pensava, poteva essere la più richiesta in quel contesto. Dei lavori forzati raccontava che una mattina, tanto era lo sfinimento, si era finto svenuto per sottrarsi, ma era stato ricondotto al lavoro a suon di botte. C’è molto di non detto, da parte di mio nonno, e credo che in parte sia dovuto alla necessità, per lui, di difendersi da quel ricordo. Da anni cerco di indagare tra i suoi documenti per ricostruirne con maggior precisione la storia e risalire al campo in cui è stato tenuto prigioniero». L’eredità di nonno Irio, morto nel 2006 a 84 anni, è conservata in una scatoletta di latta: lettere, foto, documenti tra cui, in particolare, un foglio di carta alimentare, di quelli utilizzati per incartare il pane dove erano stati segnati, con il carbone, i nomi degli altri esseri umani incontrati durante  quel viaggio. Materiale prezioso, che è stato utilizzato da Sara Valentina Di Palma, all’epoca assistente del professor Marcello Flores D’Arcais, insegnante di Storia comparata e Storia dei diritti umani e famoso divulgatore, per le sue ricerche sulla Shoah. «Come lei, ho avuto l’occasione di condividere questo ricordo con tante persone toccate da vicino da eventi simili. Si tratta di un frammento piccolo rispetto alle tragedie più gravi vissute nei campi di sterminio, ma ha segnato profondamente la vita di mio nonno e, senza dubbio, anche la mia crescita e la mia educazione morale e civile». L’eredità più grande di Irio, tuttavia, è nel valore della sua testimonianza e nella consapevolezza che ha trasmesso al nipote, oggi fiero della propria sensibilità e della capacità di saper leggere il mondo attraverso una lente forse diversa rispetto allo sguardo dei suoi coetanei. «Un conto è quello che leggiamo sul nazi-fascismo – ha sottolineato – e un altro è sapere che quelle vicende sono state realmente vissute: la storia ci passa addosso e non ce ne rendiamo conto. Grazie ai racconti di tutti e quattro i miei nonni per me è stata una costante vivere nella memoria di persone sfollate nei rifugi o costrette a subire le percosse dei fascisti perché, ancora scolari, indossavano un fazzoletto rosso interpretato come segno politico: non sono cresciuto con le fiabe ma con il racconto della Grande Storia. Mi hanno insegnato non solo quanto fosse importante ricordare un evento dal punto di vista istituzionale, ma quanto sia necessario esercitare la memoria ogni giorno». Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, l’Amministrazione comunale di Castelfiorentino ha ricordato un altro castellano passato attraverso le vicende della persecuzione, Nedo Fiano, scomparso il 19 dicembre scorso, reduce dall’inferno di Auschwitz-Birkenau.

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