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La storia del poggibonsese che ha vinto il primo premio “GrandPrize” della rivista “The rugby journal”

Colucciello, corpo e mente dinamici e mobili.

La storia del poggibonsese che ha vinto il primo premio “GrandPrize” della rivista “The rugby journal”
Val d'Elsa, 20 Luglio 2020 ore 10:05

«The calm before the storm» (tradotto, la calma prima della tempesta) è il titolo della fotografia con la quale il poggibonsese Daniele Colucciello, ha vinto il premio come miglior fotografo di rugby indetto dalla rivista The Rugby Journal. Lo abbiamo intervistato per chiedergli com’è iniziata la sua esperienza artistica.

Come si è appassionato alla fotografia?
«Quando abitavo a Poggibonsi ed avevo circa diciotto anni ho iniziato a toccare ed utilizzare la macchina fotografica. Ho avuto anche la fortuna che il padre della mia migliore amica fosse fotografo, quindi è lui che ha iniziato ad insegnarmi alcuni aspetti. Sono, però, in sostanza, un autodidatta, non ho fatto nessuna scuola. Cerco sempre di unire l’utile al dilettevole. È inutile fare fotografia concettuale, che neanche mi appartiene. Andando a Londra ho deciso di indirizzarmi verso una strada un po’ più commerciale soprattutto per le collaborazioni. Porto, però, avanti anche la mia personale espressione fotografica con progetti specifici, che riesco a realizzare proprio grazie al lavoro di fotografo più “commerciale”».

Ti sei avvicinato anche ad altre forme di espressione oltre alla fotografia?
«Piano piano, in realtà, mi sto dirigendo anche verso il video. Insieme ad un gruppo di professionisti abbiamo iniziato il lavoro per un progetto di alcuni video che hanno come protagoniste delle atlete femminili. Come ad esempio quello relativo alla vita di una mamma lottatrice francese, una storia commovente. Continuo a fotografare, ma anche con un occhio diverso nei confronti del video».

Ha vissuto in vari luoghi e Paesi. Qual è stata la Sua prima esperienza?
«Quella a Londra. Era il 2006, ci sono stato per sei mesi. Era il primo periodo all’estero, un po’ più lungo e complesso. Sono ritornato a casa nel 2007 e ci sono rimasto fino al 2010. In Italia ho studiato al Polimoda a Firenze, in particolare studiando fashion marketing. Dopo gli studi sono andato in Norvegia e sono rimasto lì dal 2011 al 2015».

La Norvegia è stata un punto di svolta per il Suo lavoro attuale?
«Sono andato per fare un’altra esperienza lavorativa rispetto a ciò che sto facendo ora. Avevo contatti in Norvegia ed al tempo ero abbastanza annoiato dal sistema italiano e così seguii il consiglio di un mio amico che mi spinse ad andare da lui, per provare un mondo diverso. Lì ho iniziato a lavorare come cameriere, però dopo un paio di anni non mi trovavo più molto bene e volevo iniziare un altro lavoro. Mi ero appassionato ad un progetto con i cani in particolar modo».

In quel periodo già scattavafoto?
«Inizialmente scattavo un po’ per passione. Avevo iniziato in modo amatoriale. Incominciai con una Nikon a pellicola, però non lo facevo come professione. Ricordo bene che scattavo e sviluppavo nel tempo libero. Quando ero ad Oslo lo facevo perché avevo il tempo per farlo, era un po’ la mia “terapia zen”. C’era uno spazio apposito all’interno dell’Università, ovvero una camera oscura. Dovevi abbonarti annualmente per una sciocchezza (in termini di soldi, ndr) – ed avevi l’accesso per sviluppare. Era fantastico accedere a questo spazio».

Quando ha iniziato a muovere i primi passi nella professione ed a fare la “gavetta”?
«Mentre stavo lavorando ho iniziato a sentire delle persone ad un tavolo che parlavano di photo shooting. Mi sono buttato subito. Gli chiesi se avevano bisogno di una mano e mi sono ritrovato a fare il runner (il tuttofare, ndr) per un servizio fotografico. Mi sono immerso in questo mondo e quella ricordo che fu un’esperienza – afferma sorridendo – un po’ tragica. Alla fine del terzo giorno bruciai la frizione del camion. Alla fine la producer mi richiamò, nonostante la rottura del furgone e da lì ho iniziato a muovermi. Ho avuto la fortuna di incontrare persone che mi hanno insegnato il mestiere. A cavallo tra il 2013 ed il 2014 iniziai a fare un’esperienza sul set un po’ più intensa e con una tipologia di lavoro diversa».

Successivamente c’è stato un ritorno a Londra?
«Ho capito che Oslo era un mercato piccolo che non consentiva di andare avanti. Decisi di spostarmi a Londra. Dopo il primo anno ho iniziato a fare l’assistente fotografo ed ho avuto modo di imparare moltissimo. Uno dei miei mantra è sempre stato quello di riuscire a circondarmi di persone gentili e di valore. Inizialmente continuavo a fotografare moda perché è quello il mio background, successivamente ho cambiato e sono andato verso lo sport».

Com’è avvenuto questo passaggio dalla moda allo sport?
«E’ stato particolare perché io non guardavo molto sport e non lo praticavo. Nello sport, però, ho ritrovato la determinazione che ho per la fotografia. Mi rispecchio negli atleti. Il mio percorso ed il mio lavoro è come quello di un atleta: fare sacrifici ed allenarsi ogni giorno. Con una fotografia di sport, per l’esattezza di un ragazzo dopo una partita di rugby nel campo del “Sabbione” a Siena, ho vinto il mio primo premio, il GrandPrize».

Ritornerai mai in Italia?
«Durante il confinamento mi hanno chiamato per essere rappresentato da un’agenzia fotografica a Milano che si chiama Take Production. Fino a due anni fa pensavo di non ritornare in Italia, però, ho conosciuto mia moglie e voglio ritornare a progettare una famiglia. Se torno in Italia, comunque per lavoro vivrei a Milano, questo magari tra un paio di anni. La mia idea ora è quella di trasferirmi a Parigi, però non sarà la mia città a lungo termine, ritornerò in Italia con molti progetti, ma sempre con il corpo e la mente dinamica e mobile».

Daniele Colucciello ha girato mezzo mondo e adesso si è stabilito a Londra, ma non esclude di tornare. Però questa volta vorrebbe lavorare a Milano, anche se Parigi non gli dispiace affatto.

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