POGGIBONSI

«Noi, il Covid e le stanze chiuse». La storia della famiglia poggibonese e la lunga attesa del tampone

Il dramma di sentirsi degli untori, di non avere rapporti neanche con i propri familiari. Ognuno recluso in una camera della casa. Un appartamento che diventa quasi un carcere. Rapporti continui con Usl e medico di famiglia, con la costante paura che tutto possa peggiorare. «Non abbiamo avuto paura, ma ci ha accompagnato l’angoscia» 

«Noi, il Covid e le stanze chiuse». La storia della famiglia poggibonese e la lunga attesa del tampone
Cronaca Val d'Elsa, 06 Dicembre 2020 ore 09:14

L’inizio del racconto di una famiglia poggibonsese colpita da Covid, ricorda quello dell’incipit di una canzone di Giorgio Gaber, che si intitola per l’appunto «Evasione». «Sono stanco, non mi sento mai bene, tutte la mattine è sempre così, raccolgo la mia roba piano, i soliti gesti».

L'articolo uscito su Valdelsasette il 27 novembre 2020.

Storia di una famiglia con il Covid

Sono stati giorni lunghi e pesanti, quelli di una famiglia che per un mese e mezzo si è trovata chiusa in casa senza uscire. Si tratta di quattro componenti, padre, madre e due figli. Vogliono mantenere l’anonimato per evitare che si faccia la caccia alle streghe, ma quei giorni sono indelebili.
Tutto inizia da qualche colpo di tosse, spossatezza, un po’ di febbre. Dopodiché la notizia. Uno degli amici dei figli è risultato positivo. Di conseguenza iniziano le preoccupazioni e la richiesta di un tampone immediato.
Se durante i giorni precedenti l’esito le precauzioni erano relative ad alcuni aspetti, poi diventa una vera e propria reclusione nella propria stanza. Il tampone arriva, il figlio è positivo. L’isolamento nelle proprie camere, solo una stanza. «Una stanza tutta per sé», come scriverebbe Virginia Woolf.

«Non appena è arrivato l’esito ci siamo immaginati subito che prima o poi i sintomi sarebbero arrivati anche a noi - ha raccontato la mamma - Così è stato, o meglio per me e mio marito più lievi. Per mia figlia invece è andata bene, tra virgolette. Nel senso che lei è risultata negativa a tutti i tamponi che ha fatto, ma comunque è dovuta stare lontana da noi. Ognuno di noi ha vissuto nella sua camera, a parte mia figlia che si è occupata di alcuni servizi per noi, comunque non poteva uscire né avere contatti», ha raccontato la mamma.

L'angoscia che aumenta

Durante quei giorni, lo si capisce bene, dalle espressioni in volto, ogni ora, ogni minuto ed ogni secondo veniva scandito dall’orologio appeso al muro. Il tempo assume tutto un altro valore, si potrebbe dire che si tratta di una dimostrazione di come il tempo sia relativo.
La prima attività svolta è stata quella di comunicare alla Usl tutti i contatti avuti nelle 48h precedenti per più di quindici minuti senza mascherina.

«Stranamente – tutti i nostri contatti sono risultati negativi, anche perché non avevamo avuto particolari contatti e soprattutto indossavamo sempre la mascherina anche in precedenza. La nostra storia è iniziata ad ottobre. Inizio ottobre. La lunghezza della reclusione è stata determinata dal fatto che tra la positività di mio figlio, quella mia e di mio marito sono trascorsi quasi sette giorni».

Le sensazioni provate non riguardano affatto, il “potere e non volere”, si tratta più di angoscia. Neanche paura. Perché la paura è sempre ben identificata, si tratta in particolar modo di incertezza. Incertezza se il giorno dopo uno dei componenti della famiglia potrà stare meglio o la sua situazione andrà a peggiorare.

«Per quello che riguarda i sintomi, inizialmente sono quelli di un’influenza - ha aggiunto il babbo - Certamente alla prima sensazione, inizi immediatamente a pensare che sia Covid. Inizi a pensare che potresti finire intubato, come viene fatto vedere alla televisione. Io né durante la malattia né oggi riesco a guardare la televisione. Siamo tempestati da una drammatizzazione della situazione che crea difficoltà psicologica anche a guarire. Ho pensato tante volte, mentre ero a letto, che poteva andar peggio. Potevo peggiorare, questo mi provocava angoscia».

Situazione diversa rispetto al lockdown di primavera

Il periodo è stato così lungo, perché il figlio è risultato negativo per ben due tamponi, quindi quasi venti giorni, mentre i due genitori hanno dovuto aspettare una decina di giorni dall’ultimo tampone negativo del figlio e la figlia una decina di giorni dall’ultimo tampone negativo dell’ultimo caso in famiglia. Di conseguenza si tratta di quasi un mese e mezzo.

«E’ stata – ha aggiunto la figlia – una situazione completamente diversa rispetto al lockdown di primavera. La prima grande differenza è che in questo caso io avevo i miei familiari. La seconda grande differenza sta nel fatto che la segregazione non era in casa, ma nelle proprie stanze. Ognuno separato dall’altro. Comunicavamo solo ed esclusivamente dalle porte chiuse. Per più di un mese la faccia dei miei genitori e di mio fratello è stata una porta dalla quale usciva la loro voce».

Un mese e mezzo fatto di preoccupazioni ed ansie cercando sostegno negli amici, nei parenti per andare a fare la spesa, per portare fuori il cane, nella speranza costante di arrivare al giorno del tampone negativo. Oggi la situazione è diversa, finalmente si possono rivedere, possono cenare e pranzare nuovamente tutti allo stesso tavolo. Confessano, che questa situazione, è stata un delle più dure provate da sempre, tutti erano nella stessa situazione e cercavano di darsi confronto. È stato fondamentale l’aiuto del dottore di famiglia con il quale c’è stato un contatto fisso, quasi giornaliero.
Una storia, di come una famiglia si trova a vivere uno stato di malattia e riesce a superarlo insieme, cercando di convivere tra i vari stati d’animo: da una parte la preoccupazione per se stessi, dall’altra l’ansia per gli altri componenti della famiglia. Per arrivare poi alla tanto attesa negatività dal virus, che ha però il sapore di una notizia positiva.