Poggibonsi

La storia: «Sono la paziente 1 della Fase 3»

Parla la 38 enne poggibonsese che ha contratto il virus. «Non ho fatto niente di male. Ho vissuto in maniera normale secondo le disposizioni»

Val d'Elsa, 28 Giugno 2020 ore 11:50

Tantissime persone li hanno abbracciati a distanza, dimostrando solidiarietà in tutti i modi. «C’è chi passa sotto casa e suona il clacson, chi ci ha portatola colazione, chi ci ha regalato le mozzarelle, chi ha fatto dolci». Insomma tanta solidarietà per la signora 38enne di Poggibonsi, «Paziente 1 della nuova fase 3», insieme alla figlia, che ha avuto solo due giorni di febbre moderata, mentre marito e figlio sono negativi. Qualche giorno fa in modo anonimo, così come anonima sarà questa intervista, ha pubblicato su Facebook una lettera. «Leggo molte cose e sento dire, si respira un po’ di cattiveria, si respira un po’ di ignoranza ed invece ho voglia che si respiri chiarezza e consapevolezza». Inizia così il testo che chiama tutti al rispetto. «State accusando me, i miei supposti comportamenti. State mettendo in dubbio le istituzioni. Ma chi siete per farlo? Avete chiamato per sentire la mia voce? Vi siete domandati niente prima di scrivere sui social o sparare sentenze sulla mia vita? Cercate un capro espiatorio, sono qui. Mala mia verità ho voglia di dirvela io».

Come nasce la lettera?

«Da un post allusivo. Abbiamo poi saputo che giravano voci strane su nostri comportamenti e sulla nostra salute. Così ci siamo sentiti di dover chiarire, per rispetto delle persone coinvolte, delle amicizie, del lavoro. Non ho fatto niente di male. Ho vissuto in maniera normale secondo le disposizioni. Il mio lavoro ad esempio prevede protocolli ferrei e consolidati. Le persone a me vicine lo sanno e mi hanno dimostrato vicinanza e solidarietà. E sanno di che cosa ho necessità».

La sua lettera ha avuto più di 1200 like.

«Si è così. Chi sapeva della situazione ci ha chiamato e mostrato solidarietà in tanti modi. Colleghi di lavoro e amici sono state le persone più vicine, così come tanti conoscenti che ci hanno fatto intendere in coro: noi ci siamo. I ringraziamenti vanno ad Anpana e alcuni carissimi amici che ci aiutano con Bira, arrivata proprio l’8 marzo. E poi ai volontari della sezione soci Unicoop di Poggibonsi e alla Misericordia per il lavoro eccellente che fanno con la spesa a domicilio, grazie alla dottoressa che ha prescritto il tampone, tutta la comunità la dovrebbe ringraziare. Ci sono persone sublimi che ci aiutano, ci hanno portato pure il gelato. Il pensiero va alle persone che, seppur negative, sono in isolamento nella linea di contagi nostri e non solo. La mente con tutto questo sostegno è libera, sogna, ma la privazione della libertà fisica vuol dire davvero tanto, anche se siamo consapevoli che privarsene è un gesto di responsabilità e rispetto».

Come ne usciamo?

«Con la consapevolezza di sapere chi ci vuole bene. Ne usciamo meglio noi e le persone che la esprimono. Alcuni post, per come sono stati fatti, fanno male a tutta la comunità e sicuramente a conti fatti è una minoranza. Ci vuole rispetto per la malattia perché ha fatto tanti morti. Chi ha parlato non ci interessa, ci interessa chi ha espresso solidarietà».

C’è un altro aspetto che non vi aspettavate.

«Mio figlio e mio marito hanno cercato di isolarsi in un luogo esterno, mio marito ha contattato cinque strutture ricettive del territorio. Nonostante la crisi, e nonostante fosse l’Asl ad appoggiare questa soluzione, abbiamo avuto solo dei no, con varie motivazioni, ma casualmente tutti, dopo la nostra sincerità. Non li biasimiamo, ma il senso di comunità mi si offusca già, tanto che abbiamo preso decisioni differenti e mio figlio si è isolato lontano».

E’ vero che vi vedete in videochat?

«Sì, a cena e a pranzo facciamo i turni. All’inizio io e mia figlia stavamo in camera e mio marito ci portava pranzo e cena, ora la cucina la gestisco io con i guanti e passo a mio marito le pietanze. Lui sta in salotto e in cantina a fare hobbistica, io e mia figlia in cucina e camera. Abbiamo due bagni. Mia figlia fa la videochiamate con le amiche e ha iniziato i compiti. Abbiamo un gruppo whatsapp “Family” dove ci scambiamo foto, il buongiorno e vari messaggi».

Sono già passate quasi due settimane, a breve il nuovo tampone. Come state?

«Bene, almeno apparentemente, poi vedremo il tampone. Vorrei aggiungere una cosa».

Cosa?

«Per chi sta pensando a dove l’ho preso, ebbene non sono stata in nessun posto che non fosse consentito. Se solo in questo momento fossi stata leggermente più forte e meno indebolita da un periodo mio particolare, forse, non avrei avuto la sintomatologia. Glielo ho trasmesso io a mia figlia o sono stata io l’anello debole di una catena partita altrove? Forse mai avremo risposta. Mi interessa che non ci siano speculazioni. E che ci sia chiarezza. Aver messo in luce questo ci dimostra sempre di più che c’è tanta bravissima gente in giro».

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