SAN GIMIGNANO

Festeggiamenti per «Pode» e i suoi 100 anni

L’intervista nell’albergo di famiglia in località Sovestro. Un secolo di storia, racconti e aneddoti dalle sue parole

Festeggiamenti per «Pode» e i suoi 100 anni
Siena, 22 Luglio 2020 ore 13:50

Chi non conosce o non ha mai sentito dire «Pode», nel borgo, alzi la mano. Ma, magari, non tutti sanno chi è «Pode» o l’origine di questo termine. Alfredo Failli, classe 1920, è detto, appunto, «Pode». Questo soprannome viene dall’essere nato in una famiglia di umili origini e, non avendo i soldi per andare dal barbiere a tagliarsi i capelli, da giovane, Alfredo portava la coda. Ed era chiamato proprio «Coda». L’appellativo, poi, si è trasformato in «Code» e da questo è diventato «Pode»: un gioco di parole ed uno scambio di lettere, come usava un tempo nei nostri paesi, e che è arrivato fino a noi, fino ad oggi. Anche perché, dal 1985, è il nome, prima, della pizzeria e del ristorante di famiglia, e, poi, del ristorante e dell’hotel, in località Sovestro: una struttura arrivata alla quarta generazione. E proprio «Da Pode» abbiamo incontrato Alfredo.

L’occasione è stata quella di parlare con Alfredo, proprio pochi giorni prima di un momento storico: la festa per il suo centesimo compleanno! «Sono nato il 18 luglio 1920 a San Gimignano, ultimo figlio di 7 tra fratelli e sorelle. Abitavamo negli appartamenti sopra il ”Bel Soggiorno”, in via San Giovanni. A quell’epoca di lavoro ce n’era veramente poco e, quando avevo 10 anni, i miei genitori mi mandavano dal calzolaio ”Boschino”: il mio compito era quello di ”addirizzare” le bullette, in modo da utilizzare e da riutilizzare tutti i chiodi. Perché, all’epoca, si recuperava davvero tutto di quel poco che avevamo». Alfredo, ha ricordato alcuni momenti della sua gioventù: «Un episodio buffo, di quando ero ragazzetto, è stato quando sono stato investito dall’automobile del dottor Ceccarelli, una delle poche macchine che giravano in quel periodo, al piazzale, fuori porta San Giovanni: non mi ero fatto nulla, ma la mia preoccupazione più grande era quella di aver perso il berretto». Alfredo ha continuato anche l’apprendistato nelle botteghe dei calzolai del paese: «Crescendo, ho imparato a giuntare con lo spago e tutti mi volevano bene». E, nel frattempo, aveva iniziato anche a lavorare a quella che, successivamente, è diventata la sua altra grande passione: il cameriere.

«A quindici anni mi hanno chiamato all’albergo-ristorante ”La Cisterna”. Lì ho conosciuto due pittori tedeschi per i quali ho fatto da modello per qualche giorno: mi pagavano 5 lire l’ora. Inoltre, ho iniziato a lavorare anche nella trattoria del ”Bel Soggiorno”, sotto casa. Lavorare come cameriere mi è sempre piaciuto, ho sempre avuto la battuta di spirito pronta. E lavorare con altri camerieri, come in occasione di un banchetto in piazza Duomo, organizzato da ”La Cisterna” per conto del Dopolavoro di Siena, con 250/300 ospiti, è stata una esperienza meravigliosa: ho imparato tante cose. In estate, negli anni Trenta, in piazza Duomo c’era l’opera e ricordo che andavamo a vendere i cuscini. Inoltre, quando c’erano i veglioni danzanti in teatro, durante il Carnevale, mi chiamavano per stare al guardaroba. ”Andavo di moda” sia come cameriere, per servire ai matrimoni o alle comunioni, e ho lavorato in tanti ristoranti, come anche ”Il Pino”, che come aiutante nelle botteghe dei calzolai del paese, perché lavoravo bene e veloce – ha proseguito il suo racconto ”Pode”, sempre con il sorriso ben presente sul suo volto – Mi chiamavano un paio di giorni da una parte, altri due giorni da un altro. Lavoro ce n’era poco, ma mettevo insieme tanti altri impieghi. Andavo in vetreria con mio fratello Beppe, a Poggibonsi, oppure a tosare ed a ferrare i buoi o, da più piccolo, portavo a spasso ”Spazzolino”, il cane di Iside Dani, una vicina di casa».

 

Poi è arrivata la Seconda guerra mondiale: «Nel 1942 sono stato chiamato a fare il militare: abile alla visita, sono stato mandato al Sesto Reggimento Artiglieria di Modena, dove ho preso anche la patente. All’inizio mi avevano dato la divisa per andare a combattere nella campagna di Russia ma, pochi giorni dopo, me la fecero cambiare e mi hanno mandato a Tunisi: avevamo in dotazione delle armi non proprio efficienti e gli Inglesi ci catturarono tutti, fascisti e non. Ci hanno portato in un campo di concentramento e poi ai castelli di Malta. Lì, mi hanno messo a cucinare per gli ufficiali inglesi. Lavorando come cuciniere cantavo sempre: ero contento e ci volevano bene. Cantavo talmente tanto che, un giorno, un capitano inglese mi ha chiesto se avessi voluto cantare ”L’Ave Maria” di Schubert al teatro de La Valletta: ero contentissimo, ma non avevo i vestiti adatti ed è finita lì tutta la mia speranza di fare il cantante» ha scherzato Alfredo, durante la nostra intervista. «Da Malta ci hanno spostato a Taranto, dove, insieme con i miei compagni, siamo stati in quarantena per paura che, durante la prigionia, avessimo contratto la peste o il tifo. Finalmente, nel 1946, sono riuscito a tornare a casa, dove ho trovato molta miseria e tanta disoccupazione: era difficilissimo trovare lavoro, ma mi sono piegato a fare di tutto. I miei sogni, in particolare, erano quei mestieri che avevo fatto fin da piccolo: avere una piccola bottega di calzolaio oppure un ristorante».

 

Sono tanti gli aneddoti che Alfredo ha raccontato della sua vita, come quando ha conosciuto sua moglie, ”Nonziatina di Brinchio”, di nascosto dal suocero e la fatica per riuscire a sposarsi. Negli anni ‘50 alcune soddisfazioni con la nascita dei figli Norma e Sergio: «Avevo iniziato a lavorare, in proprio, come calzolaio nel piano terra della nostra abitazione e ”tiravo avanti” bene», tanto da realizzare dei modelli di scarpe in collaborazione anche con la casa di moda Salvatore Ferragamo, «così che, nel 1957, comprai la televisione e, a quel tempo, eravamo in pochi ad averne una in casa». Alfredo ha lavorato «Da Pode» fino ad 83 anni.

 

E ancora oggi, 2-3 volte a settimana, va a «controllare» il frutto del suo lavoro ed a salutare i «suoi» clienti: «In particolare quelli che tornano da noi per le vacanze, da 20-25 anni a questa parte, e si mettono in fila per salutarlo» ha detto il figlio Sergio. «I nostri clienti storici, soprattutto gli stranieri, quando tornano qui, chiedono sempre di me, vengono a salutarmi, ricordiamo insieme qualche episodio simpatico del passato e facciamo le fotografie insieme» ha ripreso la parola Alfredo. «Questa è la riprova di come abbiamo lavorato nel corso del tempo: siamo riusciti a far sentire a casa loro i nostri ospiti». La frase che Alfredo ripete sempre è quella che gli diceva sua madre da piccolo: «Ultimo felice sarai…». E così è stato.

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