POGGIBONSI

Covid e medici in corsia, turni lunghi ed estenuanti: «Adesso siamo ottimisti»

La storia di un medico poggibonsese dell'Usca.

Covid e medici in corsia, turni lunghi ed estenuanti: «Adesso siamo  ottimisti»
Cronaca Val d'Elsa, 03 Dicembre 2020 ore 15:11

Oggi sono più di un team, sono tre medici e tre infermieri. Lavorano 12 ore al giorno, senza risparmiarsi. Chiamano i malati di Covid, fanno le visite e predispongono gli interventi da fare. Per tanti sono un vero e proprio punto di riferimento. Sono gli operatori delle Usca, sigla che indica le unità speciali di continuità assistenziale che lavorano sul territorio dalla scorsa primavera quando l’emergenza sanitaria da Covid 19 ha travolto il nostro quotidiano. Sono loro che stanno più a contatto con il contagio e con l’andamento dell’epidemia.  «Rispetto a qualche settimana fa eravamo proprio pessimisti per il numero di contagi che è salito in modo impressionante con sintomatologie gravi crescente e persone da mandare in ospedale, nell’ultima settimana. Adesso c’è lieve ottimismo, abbiamo visto che contagi si sono ridotti, speriamo che sia l’inizio». Inizia così Matteo Vannoni, medico 40enne di Poggibonsi, oggi operatore dell’Usca. «Sono medico per la Medicina generale e ora sostituto di guardie mediche, prima a Poggibonsi e Valdelsa».

Che esperienza è essere parte di un Usca?
«E’ una esperienza curiosa, tutto nuovo, a marzo non era chiaro come costruire, lo dovevamo costruire il percorso.  Siamo un team medico e di infermieri che si occupano dei positivi. Ed è una esperienza appagante professionalmente».

Avrete trovato delle difficoltà inizialmente

«Inizialmente sì, poi abbiamo cercato con riunioni ecc.. di organizzare alla meglio il servizio per rispondere alla gestione dei positivi in Valdelsa. Si inizia con la presa in carico del paziente, sentiamo il paziente come sta, lo chiamiamo, sentiamo che sintomi ha, se ha criticità, possono essere pazienti fragili o più o meno giovani e facciamo un programma nei giorni, monitorandoli».

Riuscite a prendere in carico tutti i casi?
«Ora siamo tre medici e infermieri, ho iniziato da marzo fino all’estate con un solo team. Da settembre-ottobre con la seconda ondata i numeri di casi sono stati 3-4 volte di più rispetto a marzo, con un team solo non riuscivamo, era difficile gestire i casi di tutti i giorni, perché ci sono visite a domicilio da fare per i pazienti più critici. Se fai visite, l’altra parte di attività rimane ferma. Ora con tre team  ci siamo rimessi in pari. Le settimane scorse avevamo dai 15 ai 16 nuovi positivi tutti i giorni con poche guarigioni, ora nell’ultima settimana abbiamo notato che è il numero si è ridotto».

Che cosa raccontano i pazienti?

«Molti si sentono imprigionati e abbandonati perché dall’oggi al domani non possono uscire, anche il buttare via l’immondizia cambia. Chiaramente ci sono i servizi che collaborano e se ne occupano, ma una persona che è a casa ha tanti bisogni.  Quindi anche la semplice telefonata è già qualcosa, soprattutto se ci sono nuovi sintomi,  e poi c’è la funzione di supporto psicologico».

Cosa è cambiato rispetto al lockdown?

«Ora sanno tutti quello che è stato anche se i contagi sono più alti, ma sanno già cosa è stato, quindi non c’è la novità della mascherina ecc.., le regole le sanno e riescono a seguirle. Ma c’è la paura di non sapere quando finirà.  L’altra volta è durata fino a maggio, ora c’è una pseudo normalità e c’è l’incertezza di sapere come si evolverà. C’è chi collabora e c’è la rabbia per la realtà in cui ci troviamo, ci sono situazioni non facili, per esempio in alcune fasce di lavoratori che sanno già quello che è successo e siamo solo a fine novembre. Ho incontrato molta rabbia, frustrazioni, malcontento nella prima fase di questo autunno. Tutti comunque ringraziano quando li aiuti, c’è chi si sente “coccolato”».

Quanto durerà ancora secondo la sua esperienza?

«Credo che per tutto l’inverno saremo sempre all’allerta, i primi mesi del prossimo anno, poi con vaccini e nuove terapie che stanno piano piano avendo più efficacia può essere che miglioriamo. La paura è che appena  si allenti la presa è possibile un nuovo aumento dei contagi. Ora i dati sono monitorati, al minimo accenno si torna indietro, sta anche a noi di cercare al minimo il contagio. Bambini a scuola, nonni, trasporti dobbiamo stare attenti. Ci sono persone che sono sempre state in casa e lo hanno preso, anche per un caffè da un’amica, anche stare nella stessa stanza per oltre 15 minuti può determinare contagio. C’è anche una buona dose di asintomatici. Il dubbio ora è legato al fatto che arriverà anche l’influenza, non so come sarà la situazione nelle prime settimane di dicembre. Immagino verranno fatti tanti tamponi».

Chissà quante storie ha da raccontare

«Tante. Di recente abbiamo visitato  un ragazzo giovane, ai primi sintomi si è isolato da moglie e figli, era impaurito di poter contagiare, fa il cuoco, ci ha detto che appena guarisce ci fa la torta enorme. Ho anche incontrato qualcuno che si è commosso. E poi capita di incontrare chi fa olio e raccoglie le olive e vuole guarire per andare a coglierle».

Nel vostro lavoro portate anche farmaci? 

«Quando c’è bisogno di medicine ci pensano anche Misericordia e Pubblica Assistenza, ma se durante la visita si sente che c’è bisogno di un farmaco si lascia noi,  è capitato anche di lasciare un termometro. Poi lasciamo i saturimetri, chiaramente, è capitato anche di portare una bombola di ossigeno per gestire un malato a casa».  

Come siete organizzati?

«Il turno è di 12 ore, dalle 8 alle 20. Non è poco, nei momenti più critici anche di più. Ci dividiamo i compiti, nella prima fase della giornata facciamo le chiamate e poi visite. A breve ci sarà l’albergo sanitario, ci sarà da gestire anche quello con ospiti asintomatici o lievemente sintomatici, è uno strumento che dà maggiore tranquillità ai familiare». 
Come si tengono calma e lucidità?
«Non è facile, fa parte del lavoro che facciamo, siamo abituati a gestire i pazienti, ora che sappiamo e abbiamo più notizie sul virus abbiamo le idee più chiare e sappiamo quali sono i pazienti da monitorare più spesso e quelli che bisogno di parole di conforto, è un lavoro di pazienza, si cerca di essere calmi e professionali, anche se dentro siamo più agitati». 

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