Una bella realtà

«Ci incontriamo» per stare insieme L’associazione che «vince» la disabilità

“Ci incontriamo” vuole far finta che questi ragazzi siano senza problemi, anche se non è così, cavalcando l’onda della normalità a prescindere dalle difficoltà

«Ci incontriamo» per stare insieme L’associazione che «vince» la disabilità
Chianti fiorentino, 07 Novembre 2020 ore 09:30

A volte nella disabilità è proprio una questione di piccolezze… Di «pezzettini» in mezzo a emozioni contrastanti. È così che Marta Cirillo, madre di Matteo Cirillo, ragazzo con disabilità di 21 anni, e responsabile per l’associazione «Ci incontriamo», parla di una delle tante attività che la realtà porta avanti. Fondata nel 2011 da un gruppo di mamme, «Ci Incontriamo» conta oggi 320 soci iscritti tra famiglie, operatori ed esperti. È nata con l’obiettivo di rendere meno «oppressive» e «limitanti» le difficoltà date dalla disabilità, attraverso iniziative legate all’arte, alla cultura, allo svago ma anche al lavoro.

Sono circa venti i ragazzi seguiti oggi dagli esperti e dagli operatori che lavorano all’interno e anche nei momenti difficili come quello che stiamo vivendo oggi, il modo per stare insieme si trova sempre.

«Nonostante le difficoltà andiamo avanti con l’online – ha spiegato Marta – Non ci avevamo scommesso una lira e invece sta funzionando. Bisogna saper utilizzare soluzioni alternative, se le trovi sei un grande sennò diventa un problema. E così le nostre attività si sono ora spostate in streaming. “Ci incontriamo” vuole far finta che questi ragazzi siano senza problemi, anche se non è  così, cavalcando l’onda della normalità a prescindere dalle difficoltà. Se vogliono vedersi in streaming, si vedono in streaming, se vogliono andare in discoteca, ci incontriamo e andiamo in discoteca. Così per tutte le attività. Cercando ogni volta di aggiustare il tiro ovviamente, ma senza la prerogativa del “sono diversi”. Quindi ora ci colleghiamo online per creare quel momento di socialità che oggi è un po’ difficile avere».

All’interno ci si aiuta tutti. Un esperto formato del territorio che si occupa di un progettp ha a disposizione due operatori volontari per tenere più ragazzi insieme. “Lavoriamo quindi prima con l’esperto che ci insegna, e poi andiamo avanti con le iniziative». Arte e canto, sono solo alcune delle iniziative organizzate.

«In tutto questo è importante capire quel senso di emozione che un ragazzo trasmette ad esempio nel momento in cui riesce a dire le parole giuste e ben scandite – ha spiegato. È un lavoro faticoso certo… Ma parti con la sensazione di sentirti utile nei confronti di una persona disabile per poi scoprire che invece lo fai proprio per te stesso. Quando capisci che lo fai per stare insieme, è favoloso».

Ogni ragazzo infatti, per la sua crescita, ha bisogno di poter vivere le esperienza della vita nel modo più normale possibile.

«Una delle cose di cui un ragazzo disabile ha bisogno è la spinta – ha spiegato Marta – D’altronde i bambini crescono tirandosi i capelli, mordendosi e tirandosi le spinte. Al ragazzo disabile questa dimensione qui viene spesso negata perché c’è sempre l’adulto che pensa sia negativa. Ma dal negativo bisogna pur passare per crescere. Per cui se a Matteo non si fa provare la spinta dell’amico, resta con un pezzetto mancante. Allora in questo modo i ragazzi con disabilità crescono con più frustrazioni di quante ne avrebbero. Il circo è un’attività che piace tanto perché la persona deve salire in equilibrio sulla carrozzina e deve stare attento a non schiacciare chi ci è seduto, il quale a sua volta deve avere fiducia su chi è salito. E la cosa piacevole è il fatto che ci si prova insieme. È il dire “io non lo so se casco, io non lo so se mi fido, però proviamoci”. E quel pezzettino nel mezzo alle due cose, è favoloso!»

A raccontare le proprie sensazioni è anche Diana, 21 anni, operatrice volontaria dai 13. «Era un’esperienza nuova – ha detto – Ho iniziato che avevo 13 anni e non lo era solo per me, ma anche per altre persone. Nel tempo mi sono accorta che mi ha cambiato la vita. Soprattutto in me stessa perché ho imparato a vedere la vita da un altro punto di vista e da un’altra prospettiva. Mi sono accorta che quel che stavo passando io non era niente in confronto alle difficoltà dei ragazzi. Non aveva senso piangermi addosso per delle cavolate dopo aver visto l’impegno che questi ragazzi mettono per provare a vivere in tutto e per tutto. Andavo a scuola e poi al centro e quando uscivo da lì beh, non ho parole per descrivere come mi sentivo. È un aiuto reciproco. E ovviamente ci si affeziona facilmente».  Insomma, un vera e propria «benzina per la vita» che, in tutta la sua vivacità, cancella i molti ostacoli legati alla disabilità, pezzettino dopo pezzettino.

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