Chiude l'edicola di Marino Vignoli: si dedicheranno ai loro nipoti

«Siamo andati avanti con la forza di volontà. La mattina aprivo io, poi andavo a lavorare e tornavo a casa intorno alle 18.30 e mia moglie tornava a casa».

Chiude l'edicola di Marino Vignoli: si dedicheranno ai loro nipoti
Chianti fiorentino, 24 Novembre 2019 ore 11:58

Chiude l'edicola di Marino Vignoli: si dedicheranno ai loro nipoti

 

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel novembre 1978. Ben 41 anni di storia racchiusi in pochi metri quadrati nel cuore del paese. Lui è Marino Vignoli che, insieme alla moglie Anna Maria Piazzini, ha visto passare grandi e piccini. Chi per comprare i giornali o chi il lunedì mattina con il nonno a comprare il balocco. Perché da Marino c’era tutto. Un lavoro fatto calcolando tutto al minuto, dove l’ora di pranzo era usata per andare a fare rifornimento per il negozio.
Da qui sono passati tanti volti noti tra allenatori e attori famosi. Ultimo in ordine di tempo Leo Gullotta. Adesso entro dicembre ci sarà la chiusura. A malincuore perché i volti di Anna e Marino hanno accompagnato generazioni. Perché nell’edicola di via Machiavelli da sempre si pensa che le relazioni instaurate con le persone siano la base per ogni successo. Si traspira semplicità che fa le persone grandi e lo si capisce anche dalla voglia che marito e moglie hanno di fare i nonni per Enea, Alessia, Elettra e Sophia.

Anni importanti e sacrifici. Come avete deciso di rilevare un’edicola?
«Un’avventura che i primi anni è stata dura. Avevamo preso un mutuo di diversi milioni di lire. A quei tempi con le banche non si scherzava. Ci sono voluti tre/quattro anni per rientrare. Mia moglie faceva la magliaia a casa, ma era un lavoro duro. Così si seppe che la signora che aveva prima l’edicola vendeva e ci siamo fatti avanti. Avevamo una trentina di anni. Facemmo due conti e decidemmo di buttarci a capofitto. Allora c’era una marea di licenze: piccola merceria (elastici, cerniere) oggetti sacri come corone. Poi abbandonammo tutto e si decise di buttarci solo sui giocattoli e su giornali».

Oltre 40 anni, quindi?
«Siamo andati avanti con la forza di volontà. La mattina aprivo io, poi andavo a lavorare e tornavo a casa intorno alle 18.30 e mia moglie tornava a casa».

Tutto incastrato come i pezzi di un puzzle.
«Una grande collaborazione tra di noi. Abbiamo avuto anche una baby sitter che ci ha aiutato con i bambini, poi quando sono andato in pensione mi sono buttato qua. Lavoravo alla Lilly a Sesto Fiorentino. Mangiavo una fetta di pane mordi e fuggi e andavo a prendere il rifornimento. Mia moglie faceva gli ordini, io che ero già a Firenze andavo a prendere il tutto. In un’ora dovevo rientrare. A mensa non potevo andarci perché avrei perso un’ora».

Un bel sacrificio, fatto però anche di soddisfazioni. Qualche ricordo?
«La prima soddisfazione fu vedere crescere giorno per giorno l’incasso giornaliero. Man mano che si andava avanti il nostro obiettivo era farsi una casa. È stata una gran bella soddisfazione».

Arrivare a 70 anni è stata una bella corsa e quest’edicola è un pezzo di storia di paese. Voglia di fermarsi?
«Adesso è tempo di fare i nonni. Ho già disdetto tante cose. Per la storia c’è un inizio e poi c’è una fine. È stata una bellissima storia. Facendo questo di lavoro hai la possibilità di stare a contatto con le persone. Parli di tantissime cose: trovi lo sportivo, quello che parla di cucina e parli dei nipoti. È bellissimo stare al pubblico in questo modo, specialmente nei paesi. Dopo la chiusura verrò sicuramente in paese, ma magari vado a casa a fare le mie cose come il giardino. A 70 anni un po’ ce lo meritiamo. Non puoi stare qui fino a 80 anni. È chiaro che sia una corda che si spezza, però abbiamo fatto la nostra parte. Ci vuole anche un ricambio».

Qualche rammarico?
«L’unico dispiacere è sapere che non c’è nessuno interessato veramente a comprare. La domanda più ricorrente non è il prezzo, ma gli orari. Bisogna che ci sia anche un po’ di sacrificio e ho notato che non c’è».

Da qui sono passati in tanti.
«Molti dei ragazzini che ho visto crescere adesso sono genitori e vengono qui a comprare giocattoli con i propri figli».

Qualche aneddoto?
«Una volta eravamo andati a Firenze a prendere gli addobbi per Natale. Avevo caricato tutto sopra la macchina. Era tutto legato con gli elastici. Quando arrivai all’uscita di San Casciano mi fermai per controllare. Non c’era rimasto più nulla. Poi un’altra volta mi successe una cosa simile con i palloni verso Ponte a Greve. In via di Novoli, invece, mi si affiancò uno che mi indicava qualcosa. Vidi un foglio che volava. Era l’agenda rimasta sopra la macchina».

Il paese in questi 40 anni come l’ha visto cambiare?
«Diciamo che anche San Casciano segue un po’ l’andamento nazionale. Tantissimi negozi chiudono. Credo che non ci sia la volontà da parte dei giovani di buttarsi. Ci sta che ci sia anche la paura, ma oggi economicamente è meno invasivo. Noi qui si pagò 26 milioni e allora con quella cifra ti compravi un appartamento. Prima c’era il carnevale organizzato da noi commercianti. Si andava in Canciulle e si preparava noi i carri. Tante le persone che venivano in paese. Però devo dire che sono stati anni bellissimi».