La lotta col virus

La storia di Alessandro Bondi di Monteriggioni: “Dopo 78 giorni sono guarito dal Covid-19”

Dalle colonne di Valdelsasette e Chiantisette la storia del 56enne di Monteriggioni Alessandro Bondi che ha dovuto superare due delicatissime operazioni e la terapia intensiva per superare il Covid-19.

La storia di Alessandro Bondi di Monteriggioni: “Dopo 78 giorni sono guarito dal Covid-19”
Val d'Elsa, 17 Ottobre 2020 ore 12:39

La storia del 56enne Alessandro Bondi di Monteriggioni raccontata, nelle scorse settimane, dalle colonne di Valdelsasette e Chiantisette.

La lotta contro il Covid di Alessandro Bondi

Una dura lotta per sconfiggere il Covid. Ecco la storia di Alessandro Bondi, positivo al morbo nella scorsa primavera ed adesso completamente ristabilito.

Chi è Alessandro Bondi?

«Ero, o meglio sono, un appassionato di vela, sport al quale, a causa di un ictus a novembre 2012, ho dovuto rinunciare, avendo tutta la parte destra del mio corpo ferma. Non mi manca la vita di prima, quando ero un geometra libero professionista. Dopo l’ictus, ho fatto riabilitazione per lungo tempo e ho dovuto reinventarmi nel lavoro: il podere ”Pereto”, a Rapolano Terme, ha creduto in me e, per 5 anni, ho tenuto i registri dei loro prodotti biologici e del fotovoltaico. E, infine, cosa importante per il mio recupero, ho fatto il centralinista per l’azienda. Per la distanza da casa, ho cercato un lavoro che mi desse le stesse soddisfazioni del ”Pereto”. E’ capitata l’occasione di un concorso, per categorie protette, alla Usl Toscana Sud Est e, ad inizio marzo, ho cominciato a lavorare. Ce l’avevo fatta: potevo ancora dire la mia. Ma ho lavorato soltanto per 15 giorni, perché sono incappato nel Covid-19».

Come ha scoperto di aver il virus?

«Dopo 4 giorni di febbre alta, mi sono preoccupato e, in particolare, era preoccupata mia moglie Eliana. All’inizio mi sono scontrato con il sistema sanitario: non rientravo dalla Cina, né avevo difficoltà respiratorie e, per i medici, si trattava di un’influenza. Per 3 giorni abbiamo chiesto un’ambulanza e siamo riusciti ad averla, grazie all’intercessione di un medico, vicino di casa, solo martedì 17 marzo, alle 12. Alle 15 sono entrato in crisi respiratoria. Se non fosse stato per il dottore, probabilmente non potrei raccontare la mia storia. Hanno provato con la C-Pap per 2 giorni, ma il virus stava facendo tanti danni al mio corpo. Sono stato intubato e ho dormito, e sognato, per 12 giorni. Sempre nel reparto Covid, avrei cercato di recuperare il mio precedente stato fisico. Ma, per le difficoltà respiratorie che avevo, pur essendo un soggetto difficile da operare, l’equipe medica che mi ha seguito, presso Le Scotte, ha deciso di intervenire ai polmoni. Il virus mi aveva aggredito in maniera troppo violenta. In sala operatoria è stato deciso di fare una resezione di metà del polmone destro. Dopo circa 5 ore di intervento, ho, lentamente, iniziato a svegliarmi. Ma non è finita qui: sono passato dai reparti di terapia intensiva e para-intensiva, ero reattivo all’eparina e mi venivano fatte dosi massicce, anche per flebo. Questo ha creato un’emorragia interna e si è resa necessaria un’altra operazione, mettendo a rischio, di nuovo, la mia vita. Il secondo intervento è durato 4 ore. Dopo aver perso 28 kg, tutti di massa muscolare, sono stato portato nel reparto di fisiopatologia respiratoria dove sono rimasto per altri 18 giorni: sono stato ricoverato 78 giorni, di cui 60 in isolamento completo. Durante questi due mesi ho visto solo gente ”scafandrata” che aveva il terrore di me. Mi è sembrato di essere un sopravvissuto ad una guerra. Ho provato tante sensazioni ed un’umanità di tutto il personale sanitario incredibile e bellissimo, per quanto in una situazione drammatica. Una vicenda rilevante dal punto di vista umano è stata quando, in terapia intensiva, è venuto a mancare il mio compagno di stanza: si chiamava Montomoli e avevo un lieve ricordo di lui perché, una trentina di anni fa, aveva collaborato con mio padre alla ”Sclavo”. Mi aveva tenuto compagnia in quei giorni di solitudine. Purtroppo lui non ce l’ha fatta ed è deceduto per complicazioni legate al Covid. Era poco più grande di me: io ho 56 anni, lui ne aveva 66. Il personale aveva messo dei paraventi per non farmi vedere niente: ero già provato dalla vista del secchiello contenente i residui della mia operazione. Non hanno potuto far niente per le urla dei parenti alla quale la dottoressa di servizio, in modo molto umano, ha comunicato, con una video-chiamata, il suo decesso. Quelle urla e quei pianti non saranno facile da scordare, come i commenti e i rumori derivanti dal far entrare il suo corpo, senza vita, nei sacchi per la sepoltura.

Come è seguito?

«Il mio percorso post Covid è ben seguito dalla Azienda Usl Toscana Sud Est. Sono nel progetto ”Acropolis” che consiste in una visita generale, una visita fisioterapica, la Tac, i raggi, una visita e le prove pneumologiche, le analisi del sangue e, dopo 15 giorni, altri esami del sangue per le malattie infettive, per gli anticorpi e per gli effetti collaterali per i farmaci somministrati durante la fase acuta del Covid. I controlli continuano: non sono stato lasciato a me stesso. Ho dato tutte le autorizzazioni per la privacy per essere una persona su cui studiare per trovare, quanto prima, il rimedio a questo virus».

Quale messaggio si sente di dare?

«Si tratta di un virus da rispettare, da temere. No al negazionismo, sì al grande rispetto che avrò per sempre per tutto il personale sanitario che ha lavorato per farmi superare una cosa sconosciuta e che voleva portarmi via con sé».

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