POGGIBONSI

In pensione storico vigile. Claudio Ghini dopo 35 anni lascia i pompieri della città

In pensione storico vigile. Claudio Ghini dopo 35 anni lascia i pompieri della città
Attualità Val d'Elsa, 12 Settembre 2021 ore 09:42

Poggibonsi. E’ il coordinatore più anziano d'Italia e la sua è una storia di passione, fatta di impegno e dedizione per il prossimo.

In pensione storico vigile del fuoco

Claudio Ghini, classe 1961, si potrebbe parlare della fine di un'era. Il vigile del fuoco coordinatore più anziano d'Italia va in pensione dopo oltre 35 anni di onorato servizio, di cui 33 passati presso il distaccamento poggibonsese.

Ghini, cosa sta a significare essere un vigile del fuoco?
«Essere un vigile del fuoco è uno dei lavori più belli che esistono. Quando porti soccorso ad una persona che ha bisogno è qualcosa che ti gratifica soprattutto a livello morale. Ho sempre sognato questo lavoro fin da piccolo. Le vicissitudini della vita a volte ti portano a fare altro, invece, per quanto mi riguarda la vita mi ha portato a fare il vigile del fuoco e quindi aiutare gli altri».

Quali sono i ricordi che rimangono più impressi nella memoria dopo una vita passata in servizio?
«I ricordi sono molti, purtroppo ne ho fissati alcuni di situazioni che a chiamarle drammatiche non si rende bene l’idea. Rimangono impressi i brutti incidenti stradali che le persone si siano fatte male o che non si siano fatti niente o che ci sia stato qualche morto. Questi sono i ricordi che non si cancelleranno mai. Certamente ho memoria anche dei salvataggi, di un gattino o un cane, che sono momenti di felicità, una volta risolta la problematica. Però, quelli che ti porti dietro e che ti rimangono addosso sono gli incidenti stradali».

E la pensione?
«E’ un’emozione diversa e da una parte contrastante. A questo punto della vita quando hai raggiunto determinati anni di servizio è anche giusto farsi da parte. Ho notato la differenza, negarlo sarebbe da stupidi, di quando nel 1986 avevo 25 anni e sono arrivato in città, da Rimini, dove ero prima in servizio presso l’aeroporto. Mi rendo conto che sono cambiate le situazioni, ma anche le mie forze».

Come è iniziata la carriera nei vigili del fuoco?
«Una storia di passione. Ho fatto un concorso a titoli ed esami. Al tempo presentavi quello che avevi fatto in precedenza, sia sotto un profilo lavorativo che di studi. C’era anche un esame teorico per verificare la conoscenza di quelle che sono le attività e le strumentazioni dei vigili del fuoco. C’era anche la prova pratica che consisteva nel montaggio e smontaggio della scala italiana, dovevi fare tutto entro un minuto. Le prove erano diverse, c’era anche la salita della corda. Io, risultai tra i vincitori, superai il concorso piuttosto bene, con un punteggio abbastanza alto».

Nel corso del tempo con i suoi colleghi avrà sicuramente creato dei rapporti e dei legami importanti?
«Vivi in una famiglia, perché ogni turno è composto da sette persone e con questi uomini vivi insieme ore, giorni, mesi ed anni. Diventa una famiglia ed a volte passi più tempo con loro che con la tua vera famiglia. Sicuramente possono esserci dei pro e dei contro, ma in genere si va d’accordo».

Un accordo dovuto, forse, perché insieme affrontate anche delle situazioni di difficoltà e di pericolo?
«Esattamente quando ti trovi in servizio durante certe tipologie di soccorso sei indispensabile per l’altro. Sei lì in mezzo alle fiamme ed il tuo collega lo consideri tuo fratello. In un incendio sopra ad un tetto realmente la tua vita è appesa nelle mani dell’altro. Ognuno di noi dipende dall’altro, perché dipendi da un gruppo. In servizio sei insieme ai tuoi fratelli, ai tuoi colleghi e si crea una indispensabilità».

Secondo Lei, perché c’è tutta questa vicinanza ai vigili da parte della popolazione anche con attestazioni di gratitudine?
«Penso che i vigili del fuoco vengano visti e vissuti come qualcuno che risolve un problema, forse per questo. Si crea, così, un sentimento ed una vicinanza rispetto alla nostra squadra».

Chi si sente di ringraziare?
«I miei colleghi, tutti, anche quelli degli altri turni e con i quali non ho operato insieme, ringrazio la mia famiglia perché quando ritorni a casa riesci a capire chi ti dà supporto e sostegno».