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Da San Gimignano all'Onu per cucinare il cibo della pace

Chef Continanza: «Ho notato fin da subito che mancava un pò di questa toscanità, quella nota di gustoso e sano».

Da San Gimignano all'Onu per cucinare il cibo della pace
Attualità Siena, 15 Maggio 2022 ore 14:30

Federica Continanza, classe 1979, è chef professionista, insegnante in corsi di cucina e madre. Sul territorio è celebre perché ha ristrutturato la ex scuola della città per allestire la prima home restaurant del comune, si chiama Casa Grazia. Nel suo girovagare anche per il mondo per far conoscere la cucina toscana è inciampata in un progetto che ha visto la Chef collaborare anche con l’Onu.
Continanza, com’è riuscita ad entrare in questo circuito?
«Sono andata a Ginevra in una delle tante sedi dell’Onu. Sono riuscita ad arrivarci su chiamata. Conosco molto bene una persona che lavora a Ginevra già da molto tempo, erano un po’ di settimane che mi contattava per un lavoro, perché aveva la necessità di rivisitare il menù di un’attività, così mi aveva detto. Sinceramente non immaginavo che l’attività fosse proprio una mensa dell’Onu».

In sostanza, lei è stata chiamata per fare quale tipo di attività?

«Nello specifico il mio compito è stato quello di rimettere le mani in un’attività ed in un menù. Cercando, così, di dare una nuova vita in ambito culinario ad un’attività ristorativa. Non è la prima volta che mi occupo di lavori di questa tipologia».

È, quindi, dovuta andare a Ginevra?
«Sì, ma è stato un piacere. Sono dovuta andare all’interno dello stabilimento per poter fare un sopralluogo e rendermi conto anche della cucina e del resto. Quando sono arrivata mi hanno chiesto il badge, mi ha fatto molto effetto, perché lì mi sono resa conto del luogo nel quale ero arrivata. All’interno dell’Onu c’è una grande mensa per i manager, facendo il sopralluogo ho notato che c’era molta carenza di quello che faccio io».

Ovvero?
«Proporre piatti sani ed equilibrati, in particolar modo verdura. Ho, quindi, cercato di aggiungere nei patti la parte vegetale. Credo che ci sia bisogno, soprattutto in questo periodo, di dare una vita diversa al cibo».

Come è riuscita ad ideare un menù?
«Ho pensato a quello che potrebbe essere il cliente, in questo caso una persona come un manager che lavora molto con la mente ed ha bisogno di cibo sano e non appesantirsi per ritornare successivamente alla scrivania. Devo dire che sono stata influenzata anche da quello che sta accadendo a livello mondiale. Ho pensato che queste persone, in un modo o nell’altro, stanno lavorando in ambiti globali ed hanno, quindi, bisogno di un cibo che porta pace».

Quali alimenti è riuscita ad inserire nel menù?

«Ho inserito molto vegetale e quello che è definibile come cibo sano. Quel giorno ho proposto una pasta con il cavolo viola, è stata molto apprezzata. Ho voluto metterci anche un tocco di Toscana, come proposta culinaria. Sto ancora lavorando ad inventariare tutto il menu, sicuramente inserirò una gran parte della mia terra. Da considerare che in quella sede molti manager sono italiani e quindi apprezzano o conoscono anche la nostra cucina. Dobbiamo, comunque, pensare che si tratta di una mensa di alto livello. Ho notato fin da subito che, però, mancava questa toscanità, quella nota di gustoso e sano, come ad esempio potrebbe essere una zuppa, sto infatti pensando alla ribollita».

Ha provato una certa emozione?

«Quando ho capito in cosa ero coinvolta ho provato un grande sentimento. Sono stata e sono molto felice. Quando ho visto la situazione mi sono resa conto della grandezza del percorso. Mi sono sentita fortunata e sono grata per essere entrata in questo progetto».

C’è anche il lato relativo alla soddisfazione personale?

«Direi anche a livello professionale. Lo sguardo è rivolto a Ginevra, ma è comunque iniziata la stagione qui sul territorio. Sono impegnata fino a settembre. Da settembre si svilupperà ancora di più il progetto Onu. Ho fatto questo primo intervento, ho creato questa prima risistemazione. In pentola bolle molto altro, ma devo riuscire a far incastrare tutto».

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