Patrick Mezzedimi e Guido Conforti, campioni di motocross si raccontano

La loro è una passione tramandata di padre in figlio. Ecco l'intervista rilasciata qualche giorno fa sulle pagine di Valdelsasette.

Patrick Mezzedimi e Guido Conforti, campioni di motocross si raccontano
Val d'Elsa, 15 Dicembre 2019 ore 12:07

Si chiamano Patrick Mezzedimi e Guido Conforti. Età diverse. Ma stessa passione: la moto, con risultati importanti, campioni italiani rispettivamente di Motocross Epoca classe D1 e Enduro senior 125. Entrambi riceveranno un premio nella serata promossa dal Moto Club Poggibonsi e dell’Associazione Motociclistica Alta Val d’Elsa. L’appuntamento è presso la sala Set il 15 dicembre.
Li abbiamo contattati, ci abbiamo parlato per capire come nasce questa passione e che impegno prevede questo sport praticamente sconosciuto ai più. Intanto il loro curriculum è di tutto rilievo.

Patrick Mezzedimi, classe 1975, inizia a correre nel 1990 nel motocross categoria cadetti 80 cc conquistando il 2° posto assoluto nel Campionato Toscano. Nel 1993 è terzo tra i cadetti classe 250 e nel 1997 è nuovamente terzo tra gli Junior 250. Quest’anno ha partecipato a tutto il Campionato Italiano Motocross Epoca dove nella Categoria D1 ha letteralmente sbaragliato il campo vincendo 11 manche sulle 15 disputate. Guido Conforti è del 1992, ha iniziato giovanissimo la carriera agonistica nell’Enduro. Già nel 2011 ha conquistato il Campionato Italiano Enduro Junior 125, continuando poi negli anni: nel 2012 è Campione Italiano junior classe 125 e Campione Europeo classe 125, nel 2013 è Campione Italiano classe 250 2Tempi e Campione Mondiale a Squadre per club alla International Six Days di Enduro, nel 2014 e nel 2015 è secondo nel Campionato Italiano classe 250 2Tempi, nel 2016 è Campione Europeo classe 250 4Tempi e secondo nel Campionato Italiano classe 250 4Tempi. Nel 2018 è quarto nell’Europeo classe E2 senior e quinto nel Campionato Italiano senior classe 450. Nel 2019 è Campione Italiano Classe 125 senior.

Di padre in figlio

Per entrambi la passione arriva dalla famiglia, dal padre.
«E’ il mio babbo che ha tirato dentro me – ha raccontato Patrick – Questo è uno sport vero, c’è chi ci dedica tanto tempo e chi, come me, un pochino meno». Ma l’esperienza nel suo caso ha un valore. «Non ho mai smesso dal 1990. Anche allenandosi non tantissimo si riesce a divertirsi». Non nasconde la soddisfazione per il premio che verrà. «Gli ideatori sono gli stessi componenti del Moto club del 1973. Si sono ritrovati, hanno avuto questa idea. C’è tanta gente dietro a questo sport. Io dal 2000 al 2010 ho corso meno, pensavo che fosse diminuito il numero degli sportivi, invece no. Una cosa bella è che si va in giro per l’Italia». Con lui, il babbo. «Mio padre a 63 anni corre ancora, in un’altra categoria, ma c’è».

Anche Guido ha ereditato la passione dalla famiglia. «Il babbo correva, l’ha trasmessa prima ai miei fratelli, io ho seguito le orme». Tanto che ad un certo punto è stato quasi un lavoro. «Fino a 23-24 anni – racconta – ora è solo un “hobby a tempo”, non è un lavoro perché non è retribuito, ma comporta impegni come se fosse un lavoro». Dopo il liceo per lui c’è stata solo la moto. «In parte ero retribuito con dei rimborsi. I miei genitori me lo hanno permesso, facevo anche il campionato europeo. Poi ho iniziato a lavorare in nell’azienda agricola di Montemorli che è della famiglia».

L’allenamento non è facile

«Mi alleno tutti i giorni, in moto tre-quattro volte la settimana e gli altri giorni in palestra o bici. Questo è uno sport tanto fisico, una gara di enduro dura 7 ore e mezzo». In tanti praticano, ma non in molti fanno sport a livello agonistico nel mondo della moto. «E’ uno sport non retribuito, poco conosciuto e costoso». Ma c’è la passione. «La mia prima moto è stata una Malaguzzi Grizli ereditata a 9 anni dai fratelli, poi a 12 anni una Ktm 50, ce l’ho ancora, è stata la prima moto anche per i miei fratelli». Anche per lui tanta soddisfazione per il premio del 15 dicembre. «Sono contento. Anche quando ho vinto il campionato europeo non c’è stato riconoscimento. Noi siamo una briciola rispetto al mondo del calcio, ma portiamo il nome della Valdelsa in giro per Europa. Poi, tra noi c’è rivalità in pista, ma fuori ci si togliamo il casco e siamo tutti amici».

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