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MONTAIONE

Morti sospette alla rsa Villa Serena: «Vogliamo giustizia per nostro padre»

I figli di Renato, ospite della residenza sanitaria, ricordano quei giorni strazianti.

Morti sospette alla rsa Villa Serena: «Vogliamo giustizia per nostro padre»
Altro Val d'Elsa, 07 Dicembre 2020 ore 10:51

Dopo mesi di silenzio, il 19 novembre scorso si è levata la prima voce da parte dei familiari delle vittime di Villa Serena. Sono stati Riccardo e Cristina Conticelli, figli di Renato, 86 anni, un ospite della struttura deceduto il 20 novembre a presentare un esposto alla Procura di Firenze, assistiti dagli avvocati Irene e Gabriele Lenzi, per accertare le cause che hanno portato il padre prima a contrarre l’infezione da Covid e poi a morire all’interno della rsa. L’esposto riguarda «le problematiche pandemiche che si sono sviluppate all’interno della predetta struttura al fine di fare accertare la correttezza e la tempestività di intervento dei sanitari e altro personale responsabile in merito alla problematica Covid-19».

E’ Riccardo a raccontare la vicenda e le motivazioni che l’hanno spinto, insieme alla sorella, a chiedere maggiori approfondimenti sulla morte del padre, in una vicenda caratterizzata da troppi aspetti opachi, a suo dire, anche in virtù delle scarse notizie ricevute sull’andamento della malattia.

Il ricordo

«Mio padre era un carabiniere in pensione, un uomo di grande levatura che ha prestato soccorso durante l’alluvione del 1966. Era ospite di Villa Serena da tre anni ed essendo malato di Alzheimer si trovava in una sezione dedicata a questo tipo di patologia, tuttavia godeva di ottima salute, tanto da non assumere nemmeno farmaci – ha spiegato Riccardo Conticelli – per questo, quando ci hanno chiamato per dirci che era risultato positivo al tampone per noi è stata una vera sorpresa. Sembra che a Villa Serena si siano resi conto che esisteva il Covid solo dal 19 di ottobre perché, di fatto, dalla riapertura di maggio, non è stato fatto nessun tampone, come riscontrato dalle dichiarazioni del sindaco e della direttrice Isabella Caponi. Tra i molti infettati risultati dal primo giro di tamponi c’era anche il medico di base, che solo allora si è reso conto di essere positivo. Apprendere questa situazione per noi è stato devastante».

Dopo la presentazione dell’esposto Conticelli ha potuto raccogliere molte testimonianze tra familiari e operatori e riporta un episodio particolare dopo il quale il padre è risultato positivo, anche se non può certo stabilire alcun nesso di causalità, rimettendosi per questo alle autorità competenti.

«Sarà la Magistratura a decidere cosa è successo»

«A un certo punto c’è stato uno spostamento degli ospiti dal settore Alzheimer ad altro settore, ospiti che erano risultati tutti negativi al tampone e che si sono positivizzati nel giro di tre-quattro giorni, compreso mio padre. Il 4 novembre siamo stati informati che era risultato positivo ed è la dinamica di come questo contagio sia avvenuto all’interno della struttura che vogliamo chiarire. Dopo questo episodio mia sorella Cristina ha scritto un commento sulla pagina Facebook del sindaco Paolo Pomponi, chiedendo perché fossero stati mantenuti aperti al pubblico gli ambulatori attigui alla struttura durante tutto il primo lockdown, così come lo sono tuttora. Cristina Conticelli aveva specificato di conoscere la situazione in quanto figlia di un ospite della struttura: il commento dopo poche ore è stato rimosso, non abbastanza velocemente, tuttavia, da essere stato fissato in uno screenshot, tanto che, successivamente, siamo stati raggiunti da persone che avevano parenti a Villa Serena o anche dipendenti in quarantena perché positivi al Covid, avvertendoci che stava succedendo qualcosa. Quello che è successo sarà la magistratura a deciderlo, quello che sappiamo noi è che al momento in cui è stata creata la bolla Covid all’interno della rsa abbiamo perso i contatti con nostro padre, non riuscivamo più a sapere come stava, né che tipo di terapie gli venivano fatte oppure avevamo informazioni discordanti a seconda del medico o dell’infermiere con cui parlavamo. Dopo la morte di nostro padre, abbiamo fatto richiesta di integrazione all’esposto, tramite i legali, per richiedere un’autopsia, perché vogliamo conoscere le motivazioni che non sono riportate sul certificato di morte. Quello che vogliamo è fare chiarezza, per giustizia nei confronti di nostro padre e perché non è possibile che altre persone vengano trattate come lui. Siamo arrabbiati e preoccupati che questo possa avvenire. Dopo l’esposto siamo stati contattati da altri familiari e da operatori sanitari che hanno preferito mantenere l’anonimato per non incorrere in conseguenze sul loro posto di lavoro: tutte queste testimonianze sono state acquisite nell’esposto stesso e faranno parte di un’eventuale ulteriore azione legale».

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