La storia

La strage di Pratale, il racconto di chi c’era

L’avvenimento tratto dalle parole di Mirella Lotti, una delle sopravvissute

La strage di Pratale, il racconto di chi c’era
Chianti fiorentino, 24 Agosto 2020 ore 13:58

Era il 23 luglio 1944 e la seconda guerra mondiale stava giungendo al termine. Le truppe tedesche stavano per essere sopraffatte e piano piano cominciavano a perdere terreno. Mentre gli alleati avanzavano nel territorio, molte famiglie furono costrette a lasciare le proprie case, anche nei piccoli paesi di campagna. Queste spesso venivano fatte saltare per cercare di impedire, o anche solo rallentare, il passaggio agli alleati. È da qui che comincia la storia. Quella di Mirella Lotti che a quel tempo aveva 8 anni e con la sua famiglia si era spostata nella tenuta di Pratale, ospite della famiglia Gori e della famiglia Cresti. La sua voce ritorna a quel 23 luglio 1944, quando ancora nessuna delle persone presenti sapeva cosa sarebbe successo e senza sapere che, proprio quel giorno, sarebbe stato ricordato dalla storia come «La strage di Pratale». Mirella e la sua famiglia vivevano in un’azienda di 40 poderi. «Nel giugno 1944 – ha raccontato Mirella – ci hanno mandato tutti via. C’era un grande comando tedesco e si sono occupati di tutte le case. Le volevano far saltare per non far passare gli alleati. Quindi siamo tutti dovuti andare in altre abitazioni, in base a dove potevano ospitarci. Siamo andati nella collina di fronte, a Pratale». Nella tenuta erano quindi presenti varie famiglie: i Gori, i Cresti, i Raspollini ed i Lotti. «Eravamo tanti e siamo stati bene. Dopo 15, 20 giorni arrivarono due tedeschi, con tre buoi. Fu la nostra rovina – ha spiegato – A Pratale di sopra, dove c’era il Sardelli, un contadino, abitava anche un commerciante, sfollato da San Casciano, soprannominato il “farinaio”. Questi due tedeschi, che avevano già capito che la guerra era al termine, per ricompensa dell’ospitalità lasciarono i buoi alla famiglia. Uno al Cresti, uno al Gori e uno al farinaio». Il più anziano della famiglia era il nonno di Mirella, Carlo Lotti, che aveva 64 anni. «Diceva sempre di non farsi vedere per paura che, essendo tutti noi così giovani, ci avrebbero considerati come partigiani». Dato il grande numero di persone fu costruito un rifugio sotto casa del Sardelli, e le famiglie si divisero. «Il farinaio incontrò uno dei Gori e chiese lui cosa volesse fare con quei buoi. “Uno a testa”, rispose il Gori. Il farinaio – continua Mirella – rispose invece “a me preme più la camicia che della pelle”. Insomma, li voleva tutti lui». Si arriva alla mattina con il fronte sempre più vicino. «Mio nonno e mia zia, con il Gori e sua figlia, erano andati dal Sardelli. Quando i tedeschi arrivarono la mattina ci hanno dato 5 minuti di tempo per preparare tutto e andare via. Mio nonno insieme a mia zia tornarono per aiutarci a portar via quel che avevamo come farina e pane per andare a Badia a Passignano. Ma poi arrivarono i tedeschi, in quattro. Ci fu una grande confusione e siamo dovuti restare tutti lì. Uralavano “Voi stare qui, avere buoni muri se andare via noi sparare”». Chiesero ad Ada Cresti un lenzuolo bianco grande. Lo misero dalla parte di Fabbrica, verso la stazione tedesca. «Nessuno storico ci ha mai detto cosa volesse dire. Ad un certo punto volevano mangiare ed abbiamo dato quello che avevamo». Erano le 20.00 di sera circa ed in casa entrarono 7-8 soldati con armi puntate: «Fuori, fuori! Tutti giù nel bosco». «Pensavamo che ci portassero in Germania – ha continuato Mirella – Arrivati all’entrata del bosco, ci misero tutti in fila. Parlavano tra sé e 3 di loro tornarono alla villa. Mio nonno li capiva perché aveva fatto la guerra le 15-18. Continuavano aripetere: «voi amate gli americani, ma non li vedrete». Mia zia Sandrina chiedeva a mio nonno “Babbo, ma ci uccideranno?” e lui rispondeva “Mi garban poco Sandrina”. I tedeschi che erano andati alla casa tornarono.«E’ qui che cominciò la confusione. Mi buttarono i terra insieme agli altri – ha raccontato Mirella – Poi insieme alle altre donne e bambini fummo portati via da un tedesco. C’era anche un ragazzo malato di tifo, Rino di 19 anni. Continuava a dire “ho sete”». Dal quel momento nell’aria era presente solo il suono delle cannonate. «La mattina seguente, mia zia Sandrina, che era una figlioletta, insieme a Marcella Gori e a mia mamma tornarono sul posto. Ma qualche metro prima trovarono Giovanni Raspollini disteso in terra, morto. Il ragazzo era riuscito a fuggire dalla fila, ma incontrò il tedesco che venne ad accompagnare noi che gli sparò. Dopo 200 metri li trovarono tutti, distesi in terra». Tra i quali anche il nonno Carlo e suo padre Giuliano Lotti. «La testa non esisteva più. Dove il sangue si era versato per due anni crebbe l’erba. Lì avevamo persi». Andarono a Badia e raccontarono tutto. Dopo un giorno tornarono nel bosco. «Dalla domenica sera al martedì, immagina come li hanno trovati. A questo punto, eravamo tutti nelle cantine a Badia a Passignano e non avevamo da mangiare. Tornammo a Fabbrica ma non c’era una casa abitabile, tutto bombardato. Il farinaio in quei giorni era sparito ed aveva lasciato moglie e figli a casa. Quei due buoi furono utilizzati per portare 6 corpi a testa. Riapparì quando portarono via i cadaveri e al cimitero di Badia, l’uomo disse “se non fosse perché ci sono questi corpi, ammazzerei questi buoi”. In futuro è stato scoperto che era un fascista ma che quando la guerra finì fu il primo a sfondare la porta della casa del fascio a San Casciano e a buttare in terra la statua di Mussolini. Però non ci sono prove che sia stato lui a fare una soffiata. Eravamo rimaste tre bambine e tre vedove senza un soldo. Ci era rimasto soltanto gli occhi per piangere, nient’altro». Fu fatta solo una denuncia ai carabinieri di Mercatale e finì così. «Secondo molte opinioni di chi lo conosceva, aveva fatto una spiata dicendo che noi eravamo partigiani, soltanto perché avrebbe voluto tutti i buoi». Per tutti questi anni il ricordo della strage di Pratale è rimasto impresso nella memoria di Mirella. «In quei momenti, quando ci portarono fuori, eravamo tutti impauriti e nessuno parlava. L’unico era mio nonno. Era tutto il giorno che ci diceva “ragazzi, mi sembra brutta la storia quì”». 12 persone innocenti persero la vita, fucilate dai tedeschi. 12 nomi sono oggi presenti in quel luogo, incisi nella pietra, così che il ricordo, nel silenzio rumoroso di quel bosco, possa continuare a vivere per sempre.

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