La storia del Viti arrotino che inizia negli anni 40

L'intervista al commerciante storico di Poggibonsi.

La storia del Viti arrotino che inizia negli anni 40
08 Dicembre 2019 ore 11:29

Dall’aratro a internet. Dalla campagna all’home banking. Un passo lunghissimo, eppure breve. Che inizia negli anni ’40, in piena guerra, e finisce ora, nel 2019. Segno dei tempi. E delle trasformazioni che portano con sé. Così si chiude l’epopea del Viti arrotino e poi commerciante. E si apre un’altra stagione, speriamo proficua. Per le attività economiche, certo. Ma anche per tutti coloro a cui capita passare da quelle strade, per tutte le persone che si stanno sempre più abituando a comprare in casa, tra le quattro mura dei propri appartamenti. Comodo, sì. Ma vuoi mettere la bellezza di toccarle le cose che compri. E di poter raccontare al commerciante le proprie amarezze, la propria giornata. Di poter magari vedere nascere un’amicizia, tra i banchi di carne fresca, gli scaffali pieni di oggetti e la storia sempre pronta, lì dietro l’angolo.

Sì perché di storie Dino Viti, classe 1931, commerciante dal 1942, anzi «ragazzo di bottega» ne ha da raccontare infinite. Facciamo un calcolo veloce: sono ben 77 anni. Sembrano tanti, ma passano in un lampo. E portano con sé tanta di quella vita che poi per forza la devi raccontare. Dal suo osservatorio privilegiato a due passi dal Taglio, in pieno centro, a due passi da Via Maestra. É qui che Dino Viti ha lavorato per tanti anni. La sua attività, che è sempre stata in via Gallurì, «Prima al civico 31 e poi al 74» cede il passo. E chiude, a dire il vero ha chiuso già un anno fa. Il refrain tutto poggibonsese «Vado dal Viti a comprare le viti» rimarrà un lontano ricordo, che ha fatto la storia e raccontato un’epoca. Al posto del Viti, nascerà una profumeria. Che a breve tempo farà bella mostra di sé all’angolo del Taglio con piazza Nova. In pieno centro, appunto.

Dino Viti intraprende l’attività da giovanissimo. «Ero in un minuscolo spazio nel quale con il proprietario mi dedicavo alla vendita e alla riparazione di attrezzi agricoli». Prima di fare il commerciante, ci fu il passaggio da arrotino. «Il babbo era l’unico arrotino di Poggibonsi», racconta Alberto Viti, il figlio di Dino che insieme alla sorella ha preso negli anni le redini dell’attività e che ora, all’età di 62 anni, ha lasciato, pure lui. «Sono felicemente disoccupato – ci fa notare – e do una mano in agricoltura». L’avventura di babbo Dino parte dunque dall’artigianato. «Faceva il fabbro. Lavorava con i contadini, quando hanno iniziato a trasferirsi in città a smettere le loro attività, è diventato commerciante». Il primo cambiamento porta la data del 1953. E poi, il secondo, nel 1966, complice l’alluvione. «Dietro consiglio di chi fece l’arredamento dopo l’alluvione al babbo fu suggerito di fare scaffali senza banconi. Fu una innovazione – ricorda Alberto Viti – Non c’era il banco. Poi molto dopo anche la Coop introdusse questo sistema e questo modello esplose. Inizialmente la gente si vergognava ad entrare per guardare senza comprare».

Il vero inizio da solo è datato 1953 .«Prima il babbo non si poteva intestare la ditta, ha iniziato da apprendista e poi titolare sempre con alcuni dipendenti. Facendo il fabbro faceva riparazioni, andava anche a domicilio a riparare, con la vespa e parecchio in bicicletta andava in campagna a riparare macchinari per l’agricoltura. Poi nel ‘66 si dovette riciclare, buttare via tutto. É allora che arrivano gli scaffali». Ed è a quel punto che arrivano anche pentole e ceramiche. «La gente veniva in paese e non aveva nulla – ricorda Alberto Viti – Oltre all’inurbamento, ci fu la richiesta di strumenti, con posateria venduta letteralmente a chilo». Sembra incredibile ma è così. «L’acciaio lo vendevamo a chilo e lui, il babbo, lo pesava. La gente lasciava le posate di ottone per riciclo». Altro oggetto super richiesto, i rasoi elettrici. «Gli uomini smettevano di usare la lametta e tutti compravano il rasoio. Era una sorta di status symbol. Babbo ha vissuto trasformazioni che una persona normale vive in 200 anni, ha passato dall’aratro fino a internet, i pagamenti sull’home banking glieli facciamo noi. Insomma, si va dall’aratro all’home banking, passando dai trattatori arancioni per la campagna. Ora anche in campagna basta pigiare un bottone».

Quando chiediamo di raccontarci qualche aneddoto, il figlio ci risponde con una battuta. «Aneddoti? Tanti, con cadenza mensile. C’erano sempre gli anziani che venivano a trovarci, qualcuno diceva: «Se non vengo qui non digerisco bene». Sto parlando di persone degli anni ’30. Il nostro negozio era anche un punto di aggregazione. Invece di andare alla panchina venivano da noi. Tantissime le storie che si potrebbero raccontare, soprattutto le battute sull’agricoltura».

Decidere di chiudere una azienda storica, durata oltre 70 anni non è facile. «Abbiamo scelto di chiudere per la concorrenza, oggi è difficile – fa notare Alberto – E poi la prospettiva nostra era ad esaurimento. Io ho già 62 anni, il babbo 92. Abbiamo avuto un’offerta economica e abbiamo chiuso». Certo è che il volto stesso di Via Maestra ad essere cambiato. «Negli anni ’60 non si passava, la gente faceva spallate per entrare. Ora non è così». E per le trasformazioni non c’è mai una sola causa. «La diminuzione per la nostra attività e per il centro si verificano già dopo il 2010, varie concause, mai una sola: il traffico, i supermercati, il cambiamento dell’offerta commerciale in centro». I numeri parlano da sé. Prendendo in considerazione solo gli anni più recenti, nel 2017 il saldo delle è stato positivo con un più dieci di aperture. Nel 2018 è stato negativo con un meno sei. Nel 2019 è per il momento positivo con 18 nuove aperture nei primi otto mesi dell’anno e 12 cessazioni. Vedremo, nella finestra spalancata sul futuro che ci aspetta, cosa accadrà.

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