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«Che ci 'a ci 'ole», i vecchi detti diventano virali

Spopola su Facebook un gruppo interamente dedicato ai modi di dire di una volta. In brevissimo tempo ha raggiunto le 700 adesioni

«Che ci 'a ci 'ole», i vecchi detti diventano virali
Altro Val d'Elsa, 04 Aprile 2021 ore 09:30

«Andera' anche bene disse i' rospo, ma i' contadino auzza i' palo». Oppure, «Oioi Nini, pe’ tiratti su, ci vole la gru di baffo». Entrare nel gruppo «Vecchi detti poggibonsesi» è un po’ come aprire gli album delle foto e immaginare di essere lì, nelle aie o davanti «Ai’ foholare» con nonna Ottavina, zio Nanni, zia Melia, zio Cecco, zia Isola, zio Dino e tutti gli anziani che hanno tracciato un senso dentro di noi. Tutti mezzadri. Tutti legati ad una storia di cui facciamo parte.
Il gruppo Facebook, «pensato da Paolo Angiolini e Mauro Mori per un fine sociale che vada ad essere di supporto alla comunità di Poggibonsi», ha già quasi 700 adesioni, attivissime nello scrivere. E nello stapparci sorrisi e anche un po’ di malinconia.
La curiosità più grande? Svelare quale personaggio o quale oggetto si nasconde dietro ai vari detti. Così si scopre che Baffo era un piccolo imprenditore che lavorava con una vecchia gru su ruote gialla, probabilmente la più grande di Poggibonsi. Non è ancora oggi raro sentire dire: «Tu se' più indietro della martinicca», la “martinicca” è la  corda con cui si tirava il freno fatto a ganascia del carro trainato dai buoi. Il detto più classico? «Un’ v’accontenta manco i’ Covati», il quale Covati aveva una stazione di monta taurina.
Trovare il super classico è facile: «Che ci 'a ci 'ole», «Detto specifico di Poggibonsi per sottolineare come non si può/non si deve risparmiare per raggiungere scopi prefissati. Questo è/era lo spirito dei poggibonsesi che hanno saputo rialzarsi dopo grosse distruzioni (Poggibonizio, Seconda guerra mondiale)». Così dice il professor Mauro Minghi, storico, fondatore del Laboratorio Costantino Marmocchi ed ex preside, che qualche anno fa ha raccolto tutto in un libro di 180 pagine, “Che ci ‘a ci ‘ole”, appunto.
Tra i modi di dire più curiosi: «Ammaz'i' gatto e ungilo», detto quando una porta cigola, oppure «Ha certi piedi che pare Pilampo». Chi era? «Pilampo – racconta Minghi - era l'autista della Misericordia che portava, si dice, il 47 di scarpe». Tra i modi di dire radicati nella memoria di infanzia c’è «Un fa' tanto i' bertuello» e si scopre che «Il bertuello era un attrezzo per chiappare gli uccellini che vi entravano sentendo un richiamo chiuso dentro e non sapevano uscire. Veniva detto a chi si dà arie per farsi sentire e vedere».
Divertenti i detti in salsa meteo. «Quande i' Monte Maggio mette i' cappello, rincasa o piglia l'ombrello», ovvero quando le nuvole vengono da sud est portano acqua.  Ed ancora, «Bisogna fa' come a Cettardo quando piove. Che fanno? Lascian piove». «I “Certaldini” erano considerati poco furbi - spiega Minghi -  tant'è che c'era un altro detto. “Bisogna mettili i' bubbolo a' piedi come fece Garibaldi a' cettardini”». Sempre in tema meteo: «I' tempo fa culaia», quando il tempo sta cambiando in peggio con le nuvole basse che minacciano pioggia, il detto fa chiaramente riferimento al sedere che sta in basso.
Non mancano modi di dire su lavoro e scuola. «Tu se' peggio d'Aligocce, che gli facea fatiha a scarica' i meriggio», Aligocce, al secolo Arnecchi, era un caratteristico personaggio poggibonsese "nullafacente".  Ed ancora, «Come diceva Torquatino di' Minghi, quando i' re, i' papa, lavoreranno lavorerò anch'io». Torquatino era un anarchico individualista, viveva con ciò che gli offrivano. Infine, «O che se' stato a scuola da Priamo?», Priamo Milanese teneva ragazzi degli altri e insegnava loro qualcosa, ma senza programma, quindi “Scuola da Priamo” significava sapere poco.